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Un marito e una moglie narcisisti nutrono l'ambizione di avere un figlio pianista da esibire nei salotti.

Ausilia Masoero, nata Martorano, è una frustrata casalinga che nutre grandi ambizioni. Sposata con un odontotecnico, come lei di umili origini, spinge il marito a prendere delle decisioni al limite della legalità, e costringe il loro unico figlio, un complessato ragazzino che a tredici anni bagna ancora il letto, a diventare pianista. Il ragazzo patisce questa situazione invivibile, che lo schiaccia privandolo degli spazi vitali necessari alla sua libera espressione. Le mire narcisistiche della madre ossessiva, che sfrutta il figlio per realizzare quelle aspirazioni che le potrebbero permettere di elevarsi nella scala sociale, lo spingeranno a commettere atti di autolesionismo che porranno fine alla sua carriera di concertista. Ma alle volte, non tutti i mali vengono per nuocere...

(...) Il pavimento del salottino dei Masoero era cosparso di teste d’insalata, pomodori di varia grandezza, cetrioli, carote e peperoni, mele rosse provenienti dall’Argentina e cocomeri ben maturi. Sembrava una bancarella del mercato ortofrutticolo. Al centro del salotto dominava una casa da bambole che era in realtà abitata dal porcellino d’India di Felicino.
La bestiolina passeggiava indisturbata in mezzo a tutto quel ben di Dio che le era stato messo a disposizione; il ragazzo, inginocchiato, stava ricoprendo con del foglio d’alluminio da cucina le gambe del tavolo e delle sedie. Il padre, in canottiera e calzoni con le bretelle, si guardava intorno soddisfatto per quella libertà quasi insperata. La casa era tutta sottosopra, un meraviglioso caos regnava ovunque!
Lo squillo del telefono fece sobbalzare Felicino spezzando l’incanto in cui svolazzava leggero come una piuma al vento. Scattò in su e andò a rispondere.
«Pronto? Sono io…» sentì dire dall’altro capo del filo.
Non appena riconobbe la voce della madre il ragazzino parve liquefarsi. Lasciò cadere per terra la cornetta e indietreggiò. Il padre lo guardò sbalordito.
«Ma chi è?» domandò al figlio che era sbiancato.
Felicino gli rispose balbettando con un filo di voce stridula:
«È lei… mamamma
Marcello sbuffò alzando gli occhi al soffitto e andò a raccogliere la fottuta cornetta.
«Pronto?» berciò scocciato.
«Oh, Marcello, sono io, Ausilia!»
«Eh, lo sento. Ma da dove diamine chiami?»
«Sono a casa dei miei, a Moncalieri.»
Al sentir nominare Moncalieri, Marcello fece un gesto vago con la mano che voleva significare: “E ci risiamo!”.
«Hai dimenticato qualcosa? Se vuoi te l’impacchetto e te lo spedisco per posta ordinaria… a Nichelino.» le disse, non tanto per essere servizievole, quanto per punzecchiarla.
«No, non ho dimenticato nulla. Volevo solo… ecco, io volevo sapere come ve la cavate da soli. Va tutto bene a casa?» e la voce di Ausilia suonava quasi come un belato, tanto era contraffatta. A Marcello si attorcigliarono le budella. Si voltò a guardare il porcellino che passeggiava tranquillo e ignaro fra le verdure e le mele d’importazione. Felicino, intento ad armeggiare con il rotolo di foglio d’alluminio, gli lanciò un’occhiata interrogativa temendo il peggio.
«Qui va tutto alla grande!» rispose.
Nel muovere un passo senza guardare dove posava il piede, schiacciò un pomodoro.
Gli sfuggì un infelice commento:
«Sbërgnacà
Sollevò il piede e guardò sotto la suola della pantofola.
«Che cosa hai detto?» chiese Ausilia che non aveva afferrato bene.
«Ah, niente. Ho solo schiacciato un pomodoro.»
Prese uno strofinaccio dalla spalliera della sedia e si pulì la scarpa, poi fregò il pavimento là dove aveva spiaccicato il pomodoro. Operazioni non facili, se eseguite tenendo in mano la cornetta del telefono.
«Hai schiacciato un pomodoro? Ma come hai fatto?» domandò lei rivelando col tono della voce la sua vera natura aggressiva di megera isterica.
«Beh, non l’avevo visto…»
«Ma come diavolo fai a non vedere un pomodoro, perdinci! Mica sei orbo!»
Lui sbuffò seccato e le fornì la spiegazione che si meritava:
«È stato facilissimo: era sul pavimento e ci ho messo il piede sopra. Voilà
Non appena le parole gli sfuggirono di bocca, però, si morse la lingua.
«Mi spieghi che cosa ci faceva un pomodoro sul pavimento del nostro salotto?»
«Era lì… ce l’avevo messo per il maialino.» ammise Marcello.
Oramai la frittata era fatta, tanto valeva servirla.
«Che cosa? Tenete un maiale in casa?»
«Ma no, no… è solo un porcellino d’India!»
«Della Camosso?» domandò indispettita ma anche sperando che fosse quello della loro vicina arteriosclerotica del secondo piano.
«No, nostro. Cioè… di Felicino.»
Poteva sentirla fremere dall’indignazione, se l’immaginò irrigidire le spalle, con la fronte corrugata, gli occhi per natura già ravvicinati e non grandi rimpicciolirsi ulteriormente dalla collera.
«Ma che cosa ti è saltato in mente, di comprargli un porcellino d’India! Ti pare che Felicino sia così brillante da meritare un premio?»
«Mica gliel’ho comprato, è arrivato da solo.»
«Sì, da solo… conosce la strada!»
«Volevo dire… glielo ha regalato Chiara.»
«Chiara chi? La Gavotti?» domandò stizzita riferendosi all’altra vicina, anche del secondo piano, mite e un po’ pazzerella, molto più giovane ma non più furba della Camosso, per via degli strascichi lasciatile da una forma acuta di meningite contratta da bambina.
«Sì, proprio lei. Oggi siamo andati a trovarla all’ospedale; è stata molto male per la sua asma, poveretta! Le abbiamo promesso che quando starà meglio, l’autunno che viene, la porteremo con noi a Carrù per la fiera del bue grasso. Ma prima festeggeremo il suo compleanno in quella trattoria a Rivalba, dove fanno gli agnolotti. La dimetteranno dopodomani e…»
La sentiva, Marcello, che stava schiumando alla cornetta.
«Ma che cosa sarebbe questa storia del bue grasso e degli agnolotti di Rivalba! Da quando in qua ci possiamo permettere di sperperare soldi in feste e viaggi! E poi, mi vuoi spiegare che cosa ci fate con quella… con quella cretina? Basta che io giri i tacchi e diventate subito culo e camicia con la Gavotti? Che è così oca, che ci si potrebbe fare il foie gras! Ma dimmi te, va a regalare un porcellino d’India a Felicino… non poteva tenerselo?»
Già solo al sentir affibbiare quell’appellativo a Chiara Gavotti, e per di più da quella stronza di prima grandezza che aveva avuto il cattivo gusto di prendersi per moglie, a Marcello incominciò a montare la bile.
«Chiara ha avuto un malore, l’hanno ricoverata d’urgenza. Qui nel palazzo attendiamo tutti il suo ritorno, e non è affatto una cretina come dici tu: è una graziosa e simpatica signorina di buona famiglia. E poi, i soldi li spendo come diamine mi pare, visto che sono io a portarli a casa. E se ho invitato Chiara a mangiare gli agnolotti e poi anche alla fiera del bue grasso, ebbene, vuol dire che si andrà a Rivalba e pure a Carrù!»
Lo schiumare di Ausilia sfumò nel solito e lagnoso piagnucolio manipolatore cui era solita ricorrere quando aveva già sparato a vuoto tutte le sue cartucce. Era un trucchetto da balorda che aveva appreso sin da piccolissima, per concentrare su di sé le attenzioni dei genitori a scapito degli altri figli, e ottenere sempre da loro tutto quello che voleva, benché i mezzi della famiglia fossero molto limitati. Bastava appena versare qualche lacrimuccia, meglio ancora se accompagnata da un vago tremolio del mento, e in men che non si dica gli altri bambini venivano privati dei pochi balocchi vinti ai baracconi della festa dell’Unità, o dei doni ricevuti dai padrini e dalle madrine in occasione di sacramenti, feste e ricorrenze, se solo Ausilietta si faceva prendere dal ghiribizzo di desiderarli e avanzare pretese. Aveva funzionato la prima volta, quando si era ammalata di morbillo, funzionò pure tutte le altre. Si era guadagnata il ruolo di protagonista assoluta pur senza averne i requisiti.
«Non posso crederci, fino a Carrù! E poi, quella sua stupida cavia che ci passeggia per casa… chissà che disastri… che porcile sarà!» frignava col doppio mento che ballonzolava sul colletto della camicetta ricamata a macchina da operaie cinesi sfruttate nelle sartorie clandestine in Toscana.
«Tranquilla, viene la portinaia, madama Gilardi, a farci le pulizie. E poi, il maialino ha solo rosicchiato i tacchi delle tue scarpe della domenica. Felicino sta ricoprendo tutte le gambe dei mobili con il foglio d’alluminio…» minimizzò Marcello, ma non gli fu permesso di concludere.
«Che cosa? Le mie scarpe nuove? Buttate subito fuori di casa nostra quella maledetta bestiaccia!» berciò lei dimenticandosi per un attimo di frignare e di belare.
Ma quella volta Marcello, invece di scusarsi, la rimproverò, povera Ausilietta, e la cosa la spiazzò:
«Se tu non le avessi lasciate in giro, le tue belle scarpe da festa, lei non ci si sarebbe fatta i denti sopra. A proposito, è una femmina e si chiama Libertà. E poi, non sei tu che vuoi sempre tutto in ordine? Chi è artefice del proprio male, pianga se stesso.»
Piagnucolò per le sue scarpe della domenica, Ausilia. Oramai era lanciata nel suo monologo di autocommiserazione; lui, invece, l’accompagnava facendo il gesto di girare la manovella di una vecchia pianola. (...)

Maggiori informazioni nelle Cronache del Moscardino